Birmania e Myanmar, due nomi, una sola voce

Dal 1° Febbraio del 2021, in Myanmar, o Birmania, è in corso una rivolta della popolazione a seguito del golpe provocato dalla giunta militare capeggiata dal generale Ming Aung Hlaing, a danno del presidente di stato e del premio Nobel e consigliere di stato, Aung San Suu Kyi. Con accuse di brogli elettorali e traffico di walkie talkie, il governo democratico è stato deposto, mettendo in subbuglio il governo e la stabilità del paese; tutti i cittadini sono scesi in piazza a protestare, dai giovani ai vecchi, dalle classi meno abbienti a quelle più ricche, tutti chiedono libertà, giustizia e soprattutto democrazia; la giunta militare, nell’intento di limitare le informazioni agli altri paesi, ogni accesso alla rete internet ed ai giornali è stato bloccato, limitando anche la libertà di stampa, parola e pensiero. La situazione tra manifestanti ed esercito agli inizi poteva sembrare stabile,finché la polizia non ha iniziato a sparare ad altezza uomo. Ad oggi sono più di 200 le vittime causate dalla violenza delle forze armate; religiosi, studenti e anche poliziotti stessi, cercano di riappacificare la situazione; l’ONU è intervenuto solamente sanzionando la Cina, accusata dagli stessi Birmani di supportare economicamente e politicamente il generale e la sua giunta, tutti i paesi chiedono la scarcerazione dei leader democratici; persino il pontefice lanciò qualche settimana fa un invito al dialogo e alla deposizione delle armi, eppure le proteste continuano, giorno e notte, su strade, fiumi e nelle case, ma la cosa più triste è che ogni giorno delle vite vengono falciate dalla prepotenza dell’ego umano.

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