Perché creiamo opere d’arte?

La capacità di creare un’opera d’arte (pittorica, musicale, letteraria, architettonica, cinematografica, scultorea…) è uno degli aspetti caratteristici che distingue noi esseri umani dagli animali. E’ un’attività talmente naturale che i bimbi di pochi mesi la sperimentano con i primi scarabocchi persino prima ancora di saper costruire un discorso di senso compiuto. Fin dalla notte dei tempi, che fosse parte di un rito propiziatorio o un modo per esorcizzare le paure più profonde, l’uomo è sempre stato pervaso dall’impulso di esprimersi attraverso l’arte: ne sono testimonianza le statuette e gli innumerevoli reperti pittorici primitivi ritrovati nelle caverne. Anche nella società post-moderna (che da alcuni sociologi, forse pessimisti, è considerata come l’epoca dell’individuo calcolatore, freddo e mosso dall’interesse economico) l’istinto creativo non conosce ostacoli. Dunque, qual è esattamente la causa di tale desiderio insito ed irrefrenabile nell’animo umano? Perché l’uomo è al contempo appassionato apprezzatore e produttore di arte?

Fondamentalmente ognuno di noi ha bisogno di essere sentito, o meglio, ascoltato. Gli artisti non fanno eccezione. La definizione personale di “arte” può variare a seconda del singolo individuo, ma alla base si trova un desiderio di trasmettere un messaggio, o perlomeno di stabilire una qualche specie di connessione con un’altra persona. Tuttavia, non si pensi che alla base dell’istinto creativo debba esserci una motivazione nobile e profonda. La creatività non deve obbligatoriamente veicolare un concetto complesso, di rilevanza universale o di matrice filosofica: vi sono infiniti modi di creare dell’arte ed altrettanti temi da trattare attraverso essa. Un romanzo rosa ben scritto è da considerarsi un’opera letteraria tanto quanto una raccolta di componimenti poetici sul significato della vita; un dipinto cubista è “vera arte” così come lo è uno di Van Gogh.

L’unico requisito (se così si può definire) per considerare un qualcosa come “arte”, oserei dire, è che qualcuno – anche una sola persona – scorga del valore all’interno di quel qualcosa. Per capire meglio, si pensi alle miriadi di giovani che al giorno d’oggi sono fan di cantanti coreani, grazie alla diffusione in Occidente del K-pop negli ultimi anni, pur non capendo affatto il testo delle canzoni che amano. O ancora, a come molti osservatori dinanzi ad un Kandiskij o un Picasso esclamino: “che senso ha? Non è altro che un groviglio di forme e linee…” ma altri vedano in tali opere l’espressione perfetta e geniale di esperienze umane altrimenti indescrivibili. Com’è possibile che qualcuno trovi interesse in ciò che per altri è apparentemente incomprensibile? La risposta probabilmente è che ogni individuo è diverso, unico ed irripetibile poiché è il risultato di tutte le sue esperienze, i suoi valori, i suoi vissuti ed i suoi bisogni. Non c’è bisogno di spiegare razionalmente perché ci piaccia qualcosa, soprattutto quando ne siamo profondamente attratti: quel qualcosa è in grado di toccare le corde della nostra anima, e non c’è sentimento più grande del sentirsi profondamente in sintonia.

L’artista dunque non crea, o meglio non dovrebbe creare, con in mente il timore che la propria arte non venga compresa o apprezzata. Al contrario, l’artista crea perché sa, o spera, che il proprio cuore riesca a connettersi ad un altro cuore, foss’anche uno solo tra i sette miliardi che battono in ogni istante.

Forse è questo il nocciolo della questione: l’arte ci affascina perché ci permette di parlare, anche tacendo, di qualsiasi cosa ci aggrada, e se l’artista lo desidera, può trasmettere al mondo intero un messaggio facilmente comprensibile, oppure mantenersi criptico per rivolgersi ad un gruppo ristretto. L’arte è malleabile: è uno strumento senza limiti, è comunicazione, è interconnessione, è la chiave che apre mille porte altrimenti inaccessibili e, potenzialmente, abbatte ogni tipo di barriera. In un periodo in cui siamo portati (talvolta costretti) a relazionarci di meno e a vivere in vista del prossimo impegno nell’agenda, naturalmente avvertiamo un bisogno sempre più disperato di rifugiarci in una realtà dove poterci sentire ascoltati. E realizzare od apprezzare l’arte permette proprio ciò.

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