Il valore delle comunità online

Lo scrittore statunitense Marc Prensky ha coniato l’espressione “nativi digitali” per indicare tutte quelle persone che, essendo nate dopo gli anni Ottanta, non hanno avuto bisogno di imparare ad utilizzare e gestire le tecnologie informatiche, poiché sono cresciute circondate da esse. Rispetto alle generazioni passate, non fanno fatica a comprendere la dimensione virtuale, né a vivere in costante connessione con il mondo (anzi, lo fanno volontariamente). Ma la tecnologia e internet, oramai, riguardano ogni fascia d’età: tutti sappiamo che cosa sia la rete, poiché tutti ci troviamo al suo interno. Di conseguenza, non sorprende il fatto che il nostro modo di comunicare si sia trasformato radicalmente rispetto al passato. Il cosiddetto cyberspazio è percepito da tutti come un vero e proprio luogo (seppur non fisico) in cui si verificano le più svariate azioni; una nuova realtà in cui incontrarsi, stringere relazioni o riallacciare i rapporti, grazie ad esempio ai social media.

Se è vero che tali spazi virtuali sono considerati ed utilizzati quasi come fossero luoghi concreti, allora si può dire che sono altrettanto reali anche le comunità che vi nascono? Tale tema è ancora oggetto di dibattito tra gli antropologi e sociologi. Secondo il sociologo polacco Zygmunt Bauman, la risposta è no: la rete costituisce una dimensione prettamente artificiosa, che tende a ridurre le amicizie durature e coltivate negli anni ad una lista di contatti estremamente facili da aggiungere od eliminare. In rete il confronto con il diverso, secondo Bauman, è pressoché inesistente poiché ogni individuo tende a relazionarsi solo con persone che condividono il proprio punto di vista (si pensi alle funzioni di blocco di specifici utenti), e di conseguenza le comunità tendono ad essere isolate. Per questo Bauman parla di tali “gruppi virtuali” paragonandoli ad una rete di specchi, capaci solo di riflettere individui simili a noi e che per questo ci fanno sentire a nostro agio, lontani dal cambiamento, anche quello positivo.

Di vedute diverse è invece il sociologo italiano Guido Martinotti, che pur non usando il termine “comunità” descrive tali gruppi virtuali come “piccole società”. In esse è possibile rinsaldare vincoli già esistenti, o dare loro una forma altrimenti preclusa (internet, difatti, permette di rimanere in contatto anche con amici e famigliari lontani). La mancanza di “contenuto biotico” – ovvero di riferimenti fisicamente identificabili, come la sicurezza di sapere con chi stiamo dialogando – non priva di significato o sostanza le interazioni che si verificano in questi spazi online. Piuttosto, dal punto di vista di Martinotti, il fatto che si possano produrre contenuti di valore sociale e culturale pur non interagendo “dal vivo” è la dimostrazione che la società è una realtà immateriale, risultato dell’interazione tra soggetti, e nulla più.

Divergenze d’opinione a parte, ciò che è innegabile è che internet abbia spesso rappresentato non una, ma l’unica opportunità di connessione tra persone o gruppi di persone. Certo, anche prima dell’avvento del mondo digitale esistevano le lettere, e gli amici di penna stranieri, e molti sostengono che un messaggio scritto a mano sia molto più personale di un SMS; ma carta e penna permettevano forse di vedersi in faccia come Skype? Era forse possibile, decenni fa, parlare ogni giorno con un amico o parente oltreoceano, e conoscere a fondo le usanze di un altro popolo? Sarebbe stato possibile interagire con altre persone o fare lezione durante la pandemia senza una diffusione così capillare della tecnologia? Di volta in volta internet riesce a dimostrare di poter essere un utilissimo strumento di connessione non solo tra smartphone, ma tra menti. Tuttavia, come tutti gli strumenti, il risultato finale dipende esclusivamente dagli utilizzatori. La vera domanda, a questo punto, non sembra più essere se le relazioni virtuali abbiano valore, ma come assicurarci che lo abbiano.

 

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